Cronaca d’un’estate che tarda

Il 25 maggio 1986 moriva a  Bordighera Carlo Betocchi, un poeta che ha vissuto durante la stagione ermetica, ma di tale stagione non ha condiviso l'approdo ad condizione umana descritta solo al  negativo, ha ricercato una via d'uscita all'angoscia esistenziale, associata dalla cultura del novecento,  alla coscienza della finitezza dell'uomo, in una poesia semplice nelle parole e nei significati, in una prospettiva religiosa volutamente ingenua, tale del bimbo, che guarda intorno e si meraviglia,  cogliendo nel  paesaggio elementi che sfuggono all'osservatore distratto e maturo.


Non credo suonasse il violino e non so se ogni giorno pregava con il breviario, ma boccette e compresse sul comodino riportava un'intervista concessa da lui ad una giovane giornalista pochi giorni prima di morire. Ho immaginato così  i suoi ultimi giorni.


 


CRONACA D'UN ESTATE CHE TARDA
 

Le svolte impostate della strada
con traiettorie che ogni volta sembra
d'esser sputati fuori dalla curva,
quando il caldo i pensieri appesantisce
e da scacciar difficili
diventano i tormenti,
come afa sulla costa senza vento,
conducono al paese aretino
estivo montano trasferimento
presso la pensione ormai di famiglia
appena fuori il borgo medievale.
 

Nella sala da pranzo di mattina
trascrive foglietti sparsi annotati
su di un quaderno a righe,
cancella e poi riscrive:
infine con la macchina completa
il lavoro redazionale,
raccoglie i fogli ed esce a passeggiare.
All'albergo talvolta lo vedi
sedersi di fronte
sotto la tettoia del rifornimento
e quelle carte leggere
all'amico benzinaio
e discorrere con lui.
Oppure chiacchierare
con gli anziani non partiti di figli
e nipoti che neanche per le feste
comandate vengono a far visita,
solo sporadiche telefonate
ai compleanni, oggi che tutti hanno
il cellulare. Nei giorni di sole
tiepido su un muretto calcinato
di pietre tagliate a mano incasellate,
sfaldato qua e là con qualche riquadro
sostituendo, puoi vederlo scaldarsi
come lucertola immobile
sempre attenta e sospettosa occhieggiando
ogni bambino che s'avvicina
se nasconde dietro la schiena
una fionda tra le mani.
 

Nel pergolato ombroso al pomeriggio
due uomini seduti,
parla l'uno l'altro ascolta.
Raccontami di strade
di ponti in costruzione
d'operai al lavoro sotto il sole
di puri rappezzati a cuci e scuci.
Se alla pompa di benzina
una macchina si ferma
s'alza e poi ritorna,
il racconto si sospende,
poi riprende ad ascoltare
accendendosi la pipa.
 

La notte il vento spazza
i vicoli e le strade,
muggisce e scuote i vetri delle finestre.
Aperti gli occhi vispi non dormiva,
alla moglie pensava nella tomba,
pensava ai figli con la vita loro
il suo cuore disposto come Cristo
dimenticare amando chi l'avesse
offeso, se mai l'abbandono fosse
offesa. Dimmi vento chi hai incontrato
nel tuo notturno errare cosa porti?
La voce di una donna mormorare
il nome tuo e di  mani il tocco gelido
che trattengono diafani ricordi.
 

Il suo amico con la pipa
totalmente non capiva.
Chi era la giovane donna con la borsa
che viene a fare visita,
prima di partire il pieno, portandosi
lui in città per le poesie scritte e che scrive,
libri stampati e incontri con l'autore
come dice al ritorno.
La sera declamava versi,
gli spiegava riposti
nel comodino al figlio
da consegnare dopo la sua morte.
E se non risuonavano i versi
le partite e sonate per violino
senza basso continuo di Bach,
quando sotto la pergola seduti
i clienti erano scarsi o assenti.
Un giovane prete spesso a quell'ora
passava e si fermava ad ascoltare
quell'uomo che notava alla messa
feriale e festiva
alzarsi e proclamare una lettura
dall'ambone con voce pacata
come la pagina sacra temesse
gualcire.
Rimani vicino,
aspetta che il sole
diradi la nebbia,
che il mar ch'entro mi rugge
tramuti in parola
fissando nostalgia
e desiderio nella calma apparente
della pagina bianca.
 

Senza bisogno di sveglia
l'alzata puntuale alle sei
lavarsi, vestirsi
un veloce caffè
poi fuori fino alla chiesetta
mai chiusa, neanche di notte.
Pregare i salmi del mattino
poi le letture e il vangelo,
raccogliersi e prepararsi all'incontro
nel cuore: avvolto di silenzio
Sei là nascosto.
Ora terza ora sesta ora nona
scandite dal breviario di compresse
e boccette sul comodino.
 

Ferragosto si festeggia
con la cena di pesce di fiume.
File di lampadine
festoni variopinti
accendono di luce il pergolato
e formano la scena.
C'è tutto il paese e i turisti.
Buon cibo e vino bianco
liquefanno languori sopiti.
Dal cucinato il fumo spande aromi
l'aria di festa profuma.
I tavoli occupati
percorre un'atmosfera loquace,
ragazze giovani
a tavola servono.
 

Non è tempo di tornare
ancora a casa quando volge al termine
la cena, da riempire un intervallo
rimane, prende forma
una sonorità nel sacerdote
invitato anche lui e partecipante.
Il giovane si alza,
apre la custodia
la fisarmonica imbraccia
si sposta una sedia
si pone su un lato.
Il nostro poeta raccoglie
l'invito che nessuno pronuncia,
il suo violino è già pronto accanto
al bancone del bar.
Accordi di fisarmonica e scale di violino
propedeutici modulano
all'esecuzione
di un motivo popolare
da entrambi conosciuto.
La trama si dipana
di un filo musicale.
Si fanno intorno gli altri commensali
iniziano a ballare.
La pista improvvisata
si riempie prima d'anziani
che rompono gl'indugi,
poi entrano i più giovani.
I due suonano a memoria e improvvisano.
Si muovono danzando
sinuosi corpi sodi
di giovani ragazze,
illanguidisce l'occhio ai suonatori
s'insinuano pensieri
che bicchieri di vino
ricacciano indietro
nell'oblio di intenzioni
sublimate per scelte di vita
o per età.
Si freddano tensioni
germogliano amori
in quella notte di ferragosto
nell'incantesimo sonoro
dell'incontro fortunato
romantico e cullante
di fisarmonica e violino.
 

Se il tempo è giunto del ritorno
vento mio vento strappami
da quest'esilio dorato,
mostrami se la luce
è accesa nella stanza,
se la finestra illuminata
si vede dalla strada,
portami in alto
su ali di fuoco.
Quell'estate stanziava superando
i limiti di date d'inizio
e di fine segnate nel calendario,
il poeta e il benzinaio
appena pranzo passeggiavano
attraversando il paese
fino alla panchina in ombra
sotto la felce della piazzetta panoramica
al termine della strada.
Un cane li seguiva
all'appuntamento tacito
una fetta di pane per compenso,
sul muso una grattata.
L'angelo e Tobia ammiravano il paesaggio
rapiti dall'incanto
di luoghi che Francesco
ha calpestato e vissuto
durante il suo peregrinar terreno.
Vedevano librarsi
fraticelli in bianche vesti
qua e là svolazzanti 
sui tetti, sulla strada,
vicino e lontano
come nel quadro di Norberto
nella stanza d'albergo
sulla parete, di fronte al letto.
Si domandavano s'anche Francesco
lieto gaudioso e leggero
fosse tra loro
in quei voli di Spirito Santo:
tiravano ad indovinare quale
serafino bianco fosse.
 

Il vento una notte stentava
leggero soffiava intorno al paese,
lambiva delicato i dintorni,
le mani vorticose non alzava
sulla locanda dov'era a dormire,
sembrava lo chiamasse
e volle alzarsi per vedere
il fermento inconsueto.
Due passi avanzò
e quando aprì le persiane
una folata improvvisa più forte
lo scaraventò
indietro fino al letto
disteso sulla bianca coperta.
Fu trovato così
al mattino sospiroso
dal giovane presbitero
che l'attendeva per le lodi.
Gli occhi  chiusi, nel volto l'espressione
serena di chi il riposo ha trovato.
Salirono tutti dalla pensione
nella stanza come in processione
e venne dal paese chi lo conosceva
ma nessuno fece caso nel quadro
appeso alla parete di fronte
al candido angioletto dipinto di fresco
rivolto il viso al cielo,
nella mano destra un grappolo d'uva
levarsi in volo appena tra i filari
della vigna in primo piano.
 

 

 

 

Cronaca d’un’estate che tardaultima modifica: 2006-05-25T09:11:18+02:00da mestica
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